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Omeopatia

Storia della medicina omeopatica e Hahnemann

  1. L’omeopatia è una pratica medica clinico-terapeutica che si affianca alla clinica medica convenzionale. Il suo fine è individuare il medicinale o i medicinali omeopatici utili alla cura delle patologie umane e animali secondo il criterio di similitudine, enunciato da Hanhemann ed in seguito ampliato da osservazioni moderne, che consente un approccio terapeutico al paziente valutato nella sua globalità psicofisica.
  2. L’omeopatia è una disciplina medica sperimentale. Essa deve essere considerata un vero “sistema medico” tanto vasto nella sua applicazione clinica, da richiedere un alto livello di responsabilità nei confronti del paziente conseguibile solo previa una rigorosa formazione nel settore oltreché una piena conoscenza della medicina convenzionale.
  3. L’esercizio dell’omeopatia è a tutti gli effetti un atto medico come indicato da pareri in ambito legislativo e come ribadito anche recentemente (in un documento approvato) dalla FNOMCeO, in quanto la valutazione diagnostica e la scelta terapeutica più idonea devono necessariamente essere svolte dal medico

Questo spazio parte dalla convinzione che se la storia della medicina omeopatica fosse considerata come qualcosa di più che un deposito d’aneddoti e prodigi, potrebbe produrre una trasformazione decisiva della sua immagine. Per tale ragione questo spazio è dedicato a parlare della storia della medicina omeopatica dalla prospettiva della storia del pensiero e del paradigma delle rivoluzioni scientifiche.

Questo spazio vuole, inoltre, apprezzare Hahnemann nel contesto in cui egli sosteneva che il problema centrale in medicina era quello di conoscere le proprietà e le azioni delle sostanze medicamentose. In questo senso, Hahnemann è fondatore della farmacologia sperimentale e il primo medico a fare medicina sperimentale, trasformando l’approccio ai fenomeni patologici da intuizione a priori in conoscenza a posteriori tramite la sua disciplina sperimentale sull’uomo sano nella quale diagnosi, prognosi e terapia costituiscono ipotesi a comprovare e comprovate. Fino al contributo di Hahnemann la diagnosi e la prognosi delle varie malattie erano, infatti, dedotte da principi generali cui corrispondevano poche prove empiriche.


Storia e filosofia della scienza

Problemi della storia della medicina omeopatica e Hahnemann

Non sarà mai sufficiente per una storia metodologicamente rigorosa del paradigma della medicina omeopatica indicare che Hahnemann era deluso dell’insufficienza del salasso, del clistere e del mercurio né dedicare un capitolo alle Macchine Farmaceutiche di Benoît Mure né all’Algebra Sintomatica Omeopatica. Rinaldo Octavio Vargas.

I. Problemi di metodo

Se la storia della medicina omeopatica fosse considerata come qualcosa di più che un deposito d’aneddoti e prodigi, potrebbe produrre una trasformazione decisiva della sua immagine.

Ugualmente a quanto accade per la storia della scienza normale da cui siamo dominati, l’immagine della medicina omeopatica è stata ricavata principalmente dallo studio dei risultati del lavoro di Hahnemann quali essi si trovano riportati nei classici, Organon della medicina razionale …, e più recentemente nei manuali ( … ), dai quali ogni nuova generazione ha imparato la pratica del proprio mestiere.

Questa modalità di fare la storia di una scienza porta a fraintendimenti in quanto elude una chiarificazione della documentazione storica della stessa attività di ricerca, non identifica il soggetto sociale del sapere né approfondisce le anomalie del paradigma che viene superato e nemmeno descrive e spiega gli errori, i miti e le superstizioni del contesto e momento della sua nascita né gli errori, miti e superstizioni che hanno ostacolato il suo sviluppo.

Una tale modalità, in cui i dati storici continuano ad essere ricercati ed esaminati per rispondere principalmente a domande formulate in base a convenzioni ricavate dai manuali, sembra implicare che il contenuto della medicina omeopatica sia esemplificato unicamente dalle osservazioni, dalle leggi e dalle teorie descritti nei suoi testi classici e più radicalmente dall’Organon della medicina razionale.

In questo senso, si ragiona nello stesso modo con cui si è fatta la storia della scienza normale, i cui manuali vengono letti come se dicessero che i metodi scientifici sono semplicemente quelli illustrati dalle tecniche manipolative usate per raccogliere i dati manualistici.

Né la storia della scienza né la storia di un’epistemologia della cura dell’uomo, fatta come cronaca di confutazioni personali e incrementi o aggiunte singolari soddisfano il paradigma della filosofia della storia e della scienza. Gli storici e i filosofi hanno sospettato in misura sempre maggiore, e fondatamente dopo gli ultimi sviluppi dei paradigmi della fisica, che la scienza non si sviluppa per accumulazione di singole scoperte.

Il risultato di questi dubbi è stato una rivoluzione storiografica nello studio della scienza e nel modo di fare storia. Questa nuova impostazione, che trova la migliore esemplificazione negli scritti di Alexandre Koyré, si sforza di presentare l’integralità storica dei momenti in cui avviene una rivoluzione scientifica o una scoperta rilevante.


La nuova impostazione

I primi stadi di sviluppo della maggior parte delle scienze sono stati caratterizzati da una continua competizione tra numerose concezioni della natura, diverse le une dalle altre, ciascuna parzialmente derivata dai dettami dell’osservazione e del metodo scientifico, e tutte più o meno compatibili con essi.

Ugualmente succederà con le diverse scuole riguardo al discorso sulla medicina. Ciò che ha differenziato le varie scuole non era questo o quel difetto di metodo – tutte si richiamano “scientifiche” – ma ciò che Kuhn chiama le loro incommensurabili maniere di guardare al mondo e di praticare la scienza medica in esso.

L’osservazione e l’esperienza possono e debbono limitare l’ambito delle credenze ammissibili, altrimenti non vi sarebbe scienza, ma esse non sono in grado da sole di determinare un particolare insieme di tali credenze. Un elemento arbitrario, composto di accidentalità storiche e personali, è sempre presente, come elemento costitutivo, nelle convinzioni manifestate da una data comunità scientifica in un dato momento.

Questo oramai assioma nel fare storia di una scienza ci porta a considerare che la teoresi di Hahnemann non era semplicemente ammissibile per la sperimentazione da lui condotta ma anche per un’accidentalità storica e personale. Forse quest’aspetto, trattato piuttosto da un punto di vista aneddotico necessita ulteriori chiarimenti da parte dello storico della medicina omeopatica.

Questo elemento d’arbitrarietà che subentra nella costellazione della nascita di un nuovo paradigma non indica però che ogni gruppo scientifico qualsiasi potrebbe praticare il proprio mestiere senza un qualche insieme di credenze ricevute. Né rende meno logica la particolare costellazione nella quale il gruppo, ad un dato momento, si trova di fatto impegnato. La ricerca effettiva non comincia quasi mai prima che una comunità scientifica pensi di essere entrata in possesso di precise risposte a domande come: Quali sono gli elementi fondamentali dell’atto medico? Come si può conoscere il potere medicamentoso di un rimedio? Quali tecniche ci possono legittimamente impiegare per ottenere il risultato desiderato?

Risposte a domande come queste sono stabilmente incorporate nell’iniziazione pedagogica che prepara gli studenti e li rende abili ad esercitare la loro professione. Questo tipo d’istruzione a caselle – e senza la quale forse non potrebbe andare avanti la ricerca - finisce col essere uno strenuo e devoto tentativo di forzare la natura entro le caselle concettuali fornite dall’educazione professionale.

Seguendo quest’ordine d’idee, derivato dall’impostazione della nuova storiografia della scienza, per una lettura della storia della medicina omeopatica, sarebbe necessario identificare l’elemento arbitrario composto di accidentalità storiche e personali presente al momento della costituzione della comunità dei medici attorno a Hahnemann.

Ugualmente sarebbe un’esigenza individuare l’insieme di credenze e del preciso corpus di domande e risposte in possesso della comunità nascente che diede avvio alla ricerca. Parimente costituisce un’istanza metodologica esplorare l’effetto di questo elemento di arbitrarietà sullo sviluppo della medicina omeopatica.

L’ascesa di un paradigma a scienza normale è affermata sulla base dell’assunzione che la comunità scientifica sa che cosa è il mondo. Buona parte del successo dell’impresa deriva della volontà della comunità di difendere quell’assunzione, se necessario a un prezzo considerevole. Rendere consapevole la comunità dei medici praticanti l’Omeopatia di questo processo, sarebbe parte dell’impostazione della rilettura della loro storia.

La scienza normale sopprime spesso novità fondamentali perché esse sovvertono necessariamente i suoi impegni basilari. Fin tanto che gli impegni basilari mantengono un elemento d’arbitrarietà, la natura stessa della ricerca normale ci assicura che la novità non rimarrà soppressa per molto tempo. Questo assioma della nuova storiografia della scienza deve essere riferito sia alla scienza normale nel suo tentativo di sopprime l’Omeopatia che riferito alle soppressioni di novità esercitata dalla stessa medicina omeopatica.

Talvolta un problema normale, cioè un problema che dovrebbe essere risolvibile per mezzo di regole e procedimenti noti, resiste al reiterato assalto dei più abili membri del gruppo entro la cui competenza viene a cadere. In altre circostanze, ad esempio, uno strumento dell’apparato di ricerca, progettato e costruito per gli scopi della ricerca normale, non riesce a funzionare nella maniera aspettata, rivelando un’anomalia che, nonostante i ripetuti sforzi, non può venir ridotta a conformarsi all’aspettativa professionale.

In questi e in altri modi ancora, la scienza normale va a finire ripetutamente fuori strada. E quando ciò accade – quando cioè la professione non può più trascurare anomalie che sovvertono l’esistente tradizione della pratica scientifica – allora cominciano quelle indagini straordinarie che finiscono col condurre la professione ad abbracciare un nuovo insieme di impegni, i quali vengono a costituire la nuova base della pratica scientifica o professionale. Gli episodi straordinari nel corso dei quali avviene questa sostituzione degli impegni vincolanti i membri della professione sono indicati nella storia della scienza come rivoluzioni scientifiche. Sono elementi che scuotono la tradizione.

Seguendo il paradigma tracciato da Kuhn per definire le rivoluzioni scientifiche è auspicabile esaminare la natura della rivoluzione della scienza medica – riconosciuta o no - partendo dall’ipotesi dell’anomalia risolta da Hahnemann. Sarebbe alla luce di questo paradigma che gli episodi fin ora presentati come aneddoti possono essere considerati gli elementi della cosiddetta svolta miliare.

Ogni rivoluzione scientifica ha reso necessario l’abbandono da parte della comunità di una teoria scientifica un tempo onorata, in favore di un’altra incompatibile con essa; ha prodotto di conseguenza, un cambiamento dei problemi da proporre all’indagine scientifica e dei criteri secondo i quali la professione stabiliva che cosa si sarebbe dovuto considerare come un problema ammissibile o come una soluzione legittima a esso.

Ogni rivoluzione scientifica ha trasformato l’immaginazione scientifica in un modo che gli storici della scienza descrivono in ultima istanza come una trasformazione del mondo entro il quale veniva fatto il lavoro scientifico. Simili cambiamenti, assieme alle controversie che quasi sempre li accompagnano, sono le caratteristiche che definiscono le rivoluzioni scientifiche.

Alla luce di questo paradigma di Kuhn molti sono i punti che la storia della medicina omeopatica dovrebbe chiarire a se stessa, alla comunità medica e alla società. Tali caratteristiche della nuova impostazione storiografica possono anche venir rintracciate anche nello studio di molti altri episodi che non sono stati rivoluzionari in maniera così evidente come potrebbe essere il caso dell’omeopatia.

Importante per una storia di questa portata è saper leggere anche il conflitto d’interessi attorno alle resistenze. L’invenzione di nuove teorie suscita regolarmente la medesima reazione d’ostacolo da parte di alcuni degli specialisti sulla cui sfera di competenza esse hanno ripercussioni. Per costoro, la nuova teoria implica un mutamento delle regole che governavano la precedente prassi della scienza normale e perciò, inevitabilmente, si ripercuote su gran parte del lavoro scientifico che essi hanno già compiuto con successo.

Questa è la ragione per la quale una nuova teoria, per quanto specifica sia la sua sfera d’applicazione, è raramente, o non è mai, soltanto un’aggiunta a ciò che è già noto. La sua assimilazione richiede la ricostruzione della teoria precedente e una nuova valutazione dei fatti precedentemente osservati, processo intrinsecamente rivoluzionario che raramente è condotto a termine da un unico uomo e che non può realizzarsi da un giorno all’altro. Questa è un’analisi che forse ancora non è stata condotta nella narrazione dell’omeopatia.

Nel fare storia della scienza, anche di una scienza particolare, quale l’omeopatia, una concezione allargata del paradigma delle rivoluzioni scientifiche permette di considerare anche quelle scoperte che abbiano una ripercussione rivoluzionaria sugli specialisti della disciplina nel cui ambito essa ha luogo. Gli impegni che governano la scienza normale non specificano soltanto che genere di entità sono contenute nel suo universo, ma anche, per implicazione, quelle che non lo sono.

Ne consegue che quel tipo di scoperta non aggiunge semplicemente un elemento in più alla popolazione del mondo scientifico. In ultima istanza essa ha questo effetto, ma non prima che la comunità degli specialisti abbia valutato in modo nuovo i procedimenti sperimentali tradizionali, abbia modificato la sua concezione delle entità con le quali ha avuto familiarità per molto tempo, e, nel corso di questo processo, abbia ri-orientato l’impalcatura attraverso la quale si mette in contattato con il mondo.

In questa concezione allargata del paradigma storiografico delle scienze, è di grande interesse l’analisi della lotta rivoluzionaria tra i sostenitori della vecchia tradizione della scienza “normale” ed i seguaci della nuova. Esso esamina così il processo che dovrebbe in qualche modo, in una teoria della rivoluzione scientifica, sostituire i procedimenti di conferma o di falsificazione resi familiari dalla nostra convenzionale immagine della scienza. La lotta tra sezioni della comunità scientifica è l’unico processo storico che abbia effettivamente avuto come risultato l’abbandono di una teoria precedentemente accettata o l’adozione di una nuova.


II Il momento in cui avviene la rivoluzione hahnemanniana

La medicina omeopatica costituisce un paradigma della scienza e dell’arte della guarigione nato nel contesto della crisi e del disfacimento delle teorie positivistiche che nella seconda metà del ‘800 portò ad un cambiamento della visione del mondo.

I modelli della scienza sviluppatisi sotto l’influenza di Cartesio, che indubbiamente appartengono ai tentativi dell’umanità alla ricerca di un metodo universale per l’orientamento dell’uomo nel mondo, fondato nella “ragione” e nei procedimenti matematici, e che rendesi l’uomo padrone e possessore della natura, mostravano le sue anomalie.

La filosofia cartesiana considera vero ed essenziale ciò che è percepito in maniera distinta, vale a dire la proprietà dell’estensione. Tutte le altre proprietà come il colore e il sapore erano, al parer suo, secondarie, in quanto non occupando uno spazio, non era possibile averne un’idea chiara e distinta. Cartesio in questo modo crea una rivoluzione che divide il mondo in due dimensioni contrapposte: il mondo del pensiero o res cogitans, dove può annidare l’errore, e il mondo materiale delle cose, meccanicamente determinate, o res extensa.

Per Cartesio non solo l’universo fisico ma anche le piante, gli animali e persino il corpo umano è un meccanismo. Per Cartesio la vita è riducibile ad elementi sottilissimi e purissimi, gli spiriti vitali, forze meccaniche che agiscono nel corpo e che portati dal cuore al cervello per mezzo del sangue si diffondono per tutto il corpo e presiedono alle principali funzioni dell’organismo. Il mondo naturale è, infatti, concepito da Cartesio come un’immensa macchina, come un enorme meccanismo in cui tutto può essere spiegato con cause meccaniche, escludendo interventi di un altro ordine. Pur se l’intenzione di Cartesio era quella di superare la magia e la superstizione, la certezza del suo metodo egli la colloca nell’entità metafisica di Dio, garante della verità in quanto “creatore solo di cose vere e non ingannevoli”.

La medicina moderna è nata certamente da questa visione naturalistica meccanicista. Medici e ricercatori cominciano ad investigare sistematicamente la struttura e le funzioni dell’organismo sano e malato: il modello meccanico diventa la base del paradigma medico. Questo paradigma però sembra diventare presto insufficiente. La rimozione della dimensione soggettiva dell’uomo dà subito adito a insofferenza in certe cerchie della comunità scientifica. In questo frangente nascono i primi paradigmi delle discipline dello spirito che porterà alla nascita della psichiatria e, successivamente, alla nascita della prima epistemologia novecentesca del soggetto: la psicoanalisi.

Un capitolo ancora da arricchire circa la storiografia della medicina moderna riguarda lo sviluppo della cosiddetta clinica scientifica - o del localizzazionismo - e le riprese dell’olismo. Mentre i successi della neurologia favorivano il trionfo delle visioni localizzazionisteche, le prospettive olistiche traevano linfa dalle correnti che si opponevano al positivismo scientifico e alla visione riduzionistica. Il diffondersi del paradigma positivista nelle scienze naturali produceva esiti rivoluzionari non solo nei lavoratori di ricerca ma anche nel campo della clinica.

Fino alla prima metà dell’Ottocento la diagnosi e la prognosi delle varie malattie erano dedotte da principi generali cui corrispondevano poche prove empiriche. La medicina sperimentale nacque nella seconda metà dell’Ottocento col neurologo Claude Bernard (1813-78), il quale trasformò l’approccio ai fenomeni patologici da intuizioni a priori in conoscenza a posteriori, ottenuta tramite una disciplinata sperimentazione, dove diagnosi, prognosi e terapia dovevano essere intese come ipotesi da comprovare. Non stupisce che sia stato nel campo degli studi volti a comprendere la dimensione soggettiva dell’uomo, come la neurologia e la psichiatria, che il dibattito tra prospettive olistiche e localizzatrici si farà più intenso.

In questo contesto, proprio all’inizio del disfacimento delle teorie positiviste, Samuel Hahnemann, fonda le basi della farmacologia sperimentale in quanto egli sosteneva che il problema centrale in medicina è conoscere le proprietà e le azioni delle sostanze medicamentose. In questo senso da fondatore della farmacologia sperimentale, gli omeopati lo considerano il primo medico a fare medicina sperimentale.